Parlo ai fotografi. Parlo ai curiosi. Parlo ai giovani amici che mi chiedono – che macchina usi?- o ai simpatici vecchietti che mi dicono – vengono meglio in pellicola-. Parlo a chiunque sia capitato qui…
LA GENERAZIONE DEI BIT, DEL DIGITALE, dell’A.I.
La fotografia digitale/elettronica ci regala numerose comodità e tecnologie complesse. Con una spesa minima di denaro e di fatica chiunque è in grado di scattare, esporre, mettere a fuoco. Questo perché concediamo tutti i laboriosi gesti del mestiere agli automatismi, quali autofocus, white balance, profili, filtri, flash integrati ecc. Compriamo uno strumento che ci dia il massimo della resa con il minimo sforzo. Allo stesso tempo però ci adattiamo agli standard, guardiamo Instagram e soci pensando che una buona fotografia necessiti di uno strumento nuovo, otticamente impeccabile, nitido, veloce, super dotato ed intelligente. Ma dimentichiamo spesso che questa intelligenzanon è la nostra. Non solo, l’intelligenza delle nostre macchine fotografiche è un’intelligenza differente. E’ delimitata da un codice e arbitraria; intelligenza artificiale (A.I.). La diversità si scopre un po’ nella parola stessa;
[…] intelligĕre sarebbe una contrazione del verbo legĕre, “leggere”, con l’avverbio intŭs, “dentro”; chi aveva intelligentĭa era dunque qualcuno che sapeva “leggere-dentro”, ovvero “leggere oltre la superficie”, comprendere davvero, comprendere le reali intenzioni. Secondo altri, intelligĕre sarebbe invece una contrazione di legĕre con la preposizione ĭnter, “tra”; in tal caso esso avrebbe indicato una capacità di “leggere tra le righe” o di stabilire delle correlazioni tra elementi.
La definizione qui riportata si riferisce alla capacità umana di comprendere, mettere insieme esperienze e problematiche per creare qualcosa di nuovo, anche di astratto, oltre le regole e i codici.
Abbiamo creato strumenti sempre più autosufficienti, in grado di realizzare immagini che in qualche modo ci appaghino. Ma la mia riflessione va oltre l’estetica, il feticismo della tecnologia e l’amore per il progresso. Se scattiamo una fotografia lo strumento deve stare al suo posto, deve essere apprezzato nella misura in cui serve a noi, perché esserne schiavi (come essere schiavi di una moda o di una tendenza) significherebbe perdere la nostra libertà, infine la nostra creatività.
QUELLA VECCHIA MACCHINA A PELLICOLA
La fotografia analogica/argentica/fotochimica è una fotografia che si differenzia principalmente per il tipo di supporto su cui l’immagine viene impressa e memorizzata, appunto la pellicola. Di macchine analogiche ne esistono moltissime, scaturiscono nella mia generazione un fascino e un’attrazione non poi così differente da qualsiasi altra moda creata su ciò che è “vintage” (c’è tanto mercato per queste cose).
Il bello però sta in ogni cosa. Sta nel ricordare, avvertire il passato, poi superarlo o rinnovarlo. Ecco perché mi vedete in giro con strane macchine fighissime targate Agfa, Miranda o Kodak.
Comprare pellicole, sviluppare, stampare, fare manutenzione e scattare in manuale badando a diverse cose, in definitiva, ci rallenta. Rallentare non significa perdere qualcosa, anzi io credo ci arricchisca di cose che ad altre velocità ci perderemmo senza nemmeno accorgercene. Di cosa parlo? Parlo del ragionamento, della costruzione dello scatto, dell’osservazione e del “viversi il momento” prima di scattare e ricordare. La fotografia è uno stile di vita mi dicono, in questo stile però ci vanno tutte quelle esperienze che stanno oltre lo scatto, oltre la messa a fuoco, oltre alla tecnica e allo strumento. Bisogna bilanciare le due cose. Un momento si conserva con il cuore e se ne abbiamo la possibilità fotografiamolo, immagazziniamolo come farebbe un ricercatore, per studiarlo o semplicemente per mostrarlo.
Con una macchina analogica si impara a rallentare. Non è affatto superfluo, è tremendamente utile specialmente nel nostro millennio, dove tutto scorre rapido e dove le immagini viaggiano e si moltiplicano a velocità spaventose, connesse con un sistema che invece che valorizzare storie, arte, persone e momenti, cercano di ammucchiare materiale per fare soldi e per alimentare le nostre insicurezze e dipendenze – se non apro Instagram, se non guardo almeno 50 “stories” al giorno sto male…-
ARCHIVIO E DISPERSIONE
Io ho iniziato a scattare con un dispositivo digitale, probabilmente con una console di casa Nintendo (i cui scatti sono ora formattati, mi ero dimenticato di salvarli, avevo 11 anni). Da piccolo rubavo anche qualche scatto con il telefonino Motorola di mio padre, uno di quei fighissimi dispositivi “a conchiglia” con un microscopico sensore per le fotografie.
Quando nel 2014 andai a New York provai a scattare con una macchina a pellicola, una Yashica FX-D SE che avevo trovato in taverna dentro a uno dei tanti scatoloni dei ricordi. A pochi giorni dalla partenza, mentre i miei genitori erano impegnati a fare le valigie, chiamai al telefono mia nonna chiedendole se sapesse dove potevo trovare dei rullini. Il giorno dopo lei mi portò i primi rulli trovati al supermercato. Caricai dunque il primo Kodak Color 200 nella Yashica e partii per l’America. In questo viaggio realizzai molti scatti, appena due rulli in pellicola e molte foto digitali con una Nikon D5100.
L’anno dopo mi rubarono un hard disk. Persi il 99% degli scatti digitali. I negativi dei due soli rullini invece sono al sicuro, intatti in un quaderno.
Con le immagini memorizzate in bit è importante salvare su diversi dispositivi, bisogna cercare (per quanto possibile) di mantenere intatti quei numeretti di codice che le compongono*. E’ importante lavorare sui bakup (qui l’articolo dove illustro qualche strategia) e non è poi così semplice mantenere l’ordine.
Le immagini memorizzate sulla pellicola sono invece “più vicine”, più a “dimensione d’uomo”. Ci sono svariate precauzioni sulla realizzazione e conservazione delle foto su pellicola, difficili all’inizio ma con la pratica nemmeno poi così improbabili, persino per un nativo digitale come me. Il destino delle immagini su carta dipende dalla nostra mano, dalla carta stessa, dal tempo e non dagli algoritmi (si potrebbe aprire una vivace discussione, ma io non sono né un tecnico, né un complottista, quindi di algoritmi non saprei dirvi molto).
*I file digitali nel momento in cui vengono compressi per condividerli o archiviarli (es.dal raw al jpeg tramite fotocamera o software di post-produzione) perdono porzioni d’informazione. Il passaggio attraverso programmi o portali online (leggi articoli in rete riguardanti la compressione di Facebook, Google Photo, Instagram) implica sempre una modifica delle informazioni (causa algoritmi di elaborazione/compressione differenti). Dunque un file digitale è più soggetto a modifiche, anche indesiderate. Bisogna controllare tutte le impostazioni predefinite nei mezzi che utilizziamo per poter evitare ogni aspetto indesiderato del processo, fino al raggiungimento del prodotto finale.
LA SCELTA DEL MEZZO
Quale caspita è la scelta migliore?
Bene amici, non c’è e non esisterà mai una risposta corretta.
La mia curiosità si spinge spesso a capire il mezzo e a studiarlo, che sia super innovativo o super obsoleto (diciamo antiquato dai).
E’ bello che qualcuno come me rispolveri e metta a nuovo strumenti non considerati dal mercato, macchine fotografiche e pellicole tanto amate dai grandi maestri. La nicchia dell’analogico si sta riaprendo in questi ultimi tempi. Boh, sarà la moda, saranno quegli “effetti di Instagram” tanto virali e utili ai professionisti del web. Ma apprezzo tutto questo, serve a bilanciare tutta quella inesorabile crescita digitale che ci fa impazzire e ci distrae.
In fondo bisogna coltivare una passione e non un’ossessione per quegli strumenti che ci propongono. E’ utile imparare e sperimentare, ma l’esperimento nasce da un’idea, da qualcosa che stiamo cercando. Se cercate denaro allora la vostra strada deve seguire certe regole. Se cercate di comunicare attraverso l’arte allora imparate a camminare con i vostri strumenti, quelli che scegliete e cambiate, quelli che non rubano il tempo ma lo concedono a voi.
Che ci dobbiamo fare con questi arnesi geniali?
E’ proprio questa l’unica vera e utile domanda che dovete porvi. Io la penso e la ripeto quasi ogni giorno a me stesso. Rifletto sulla mia scelta e poi mi butto nel mondo delle fotografie, dei momenti scritti con la luce.
Mi piace farlo per passione e spesso seguo un percorso, un’idea di progetto che serve a me ma anche agli altri, per vedere e capire qualcosa in più o per studiare quello che siamo e che stiamo diventando, o ancora per raccontare qualcosa di mio e creare un legame nel tempo e nella memoria.